
“Gli Yanoama acquisirono nel corso degli anni sessanta una notorietà internazionale. Un libro in particolare, li rese famosi: Yanoama. Dal racconto di una donna rapita dagli Indi, del medico-antropologo italiano Ettore Biocca.
In questo libro straordinario, la vita degli Yanoama era raccontata da Helena Valero, figlia di coloni venezuelani rapita nel 1939 all’età di cinque anni da un gruppo di indiani. Dopo aver vissuto per ventidue anni come una yanoama, sopravvissuta agli uomini che aveva avuto per compagni e senza più contatti con i figli nati da queste unioni, la Valero aveva ‘fatto ritorno’ tra i bianchi, stabilendosi in una missione cattolica sul Rio Negro. Biocca scrisse il racconto della sua vita consegnando al mondo un documento e una testimonianza eccezionali. Da allora gli Yanoama sarebbero diventati noti al grande pubblico per i duelli coi bastoni, per la loro ideologia di ferocia, per i conflitti che esplodevano all’improvviso all’interno di uno stesso villaggio, per i rapimenti di donne ai danni dei vicini. Purtroppo non furono molti quelli che fecero caso, nel racconto della Valero, ai ricordi di tenerezza e di affetto di questa sopravvissuta per gli uomini e le donne indie da lei incontrate in più di vent’anni di vita nella foresta”.
Helena Valero
Nel 1937, una canoa risaliva il Rio Dimitì, piccolo affluente che sbocca nel Rio Negro vicino a Marabitanas, quando venne assalita da alcuni guerrieri Kohoroshiwetari. Nella canoa si trovava una giovanetta della Missione salesiana di Taraquà, Helena Valero, con i genitori e due fratelli.
Nonostante i molti anni trascorsi da quell’infausto giorno, dalle sue parole traspare ancora violentemente la tragicità di quel momento:
“Intorno a noi tutto era silenzio e noi remavamo. Già stavamo lontani. ‘Forse gli Indi sono restati indietro’, pensavo; ma gli Indi correvano lungo le rive. Improvvisamente cominciarono ad arrivare frecce da un lato. ‘Allungatevi nella canoa’, disse mio padre. Io mi abbassai, ma una freccia mi attraversò la pelle della pancia e si infilò qui, nella coscia sinistra. Gridai e cercai di alzarmi, ma non ci riuscii. La freccia aveva fissato la coscia alla pancia. Gridavo, gridavo; il vestito non si strappava, perché era nuovo. Mia madre afferrò la freccia, la tirò via e la gettò nell’acqua; la punta si spezzò; un pezzo restò nella pancia e l’altro nella coscia. Mia madre, con le dita tirò fuori dalla pancia il pezzo della freccia; quello nella coscia era entrato profondo e non si vedeva più. Allora cercò di prenderlo coi denti; mordeva, spingeva, ma la punta non appariva, era profonda. Alla fine riuscì ad afferrarla coi denti; la sputò nell’acqua”.
Helena perse i sensi, fu catturata e trasportata dagli Indi fino ad una grande sciapuno nel bosco; poco tempo dopo i Karatewetari attaccarono il villaggio, uccisero uomini e bambini e si spartirono le donne del villaggio.
Per qualche tempo Helena visse con loro, ma fu nuovamente rapita dagli Sciamatari. Un giorno, non conoscendo ancora bene i segreti della foresta, cucinò dentro un involucro di foglie delle uova di rospo, senza sapere che erano velenose. Una bambina le mangiò prima di lei e morì.
Gli Sciamatari decisero di vendicare la morte della bambina, uccidendo Helena nel momento in cui, secondo il loro rito, avrebbe mangiato le ossa della piccola, polverizzate in pappa di banana. Helena fu avvisata e fuggì. Rincorsa, fu colpita con una freccia curarizzata; ma riuscì a salvarsi e visse sette lunghe lune, completamente sola, nel bosco.
Perduta ogni speranza di poter sopravvivere, Helena avvicinò un forte gruppo indio, che viveva tra alte catene di monti, quasi certamente vicino al Cerro della Neblina: erano i Namoeteri. Il capo la prese come moglie ed essa visse con lui per molti anni, in compagnia di altre quattro mogli. Ebbe con lui due figli e sempre rispettò e, per certi aspetti, perfino ammirò questo marito indio che univa, ad impeti di eccezionale coraggio e di crudele brutalità, manifestazioni di delicata dolcezza.
Le frequenti lotte fra gruppi portarono all’uccisione del capo Fusiwe, da parte dei Pisciaanseteri, e fu così che Napagnuma provò anche la tristezza della vedovanza e fuggì di nuovo con i due figli: di monte in monte, conoscendo ormai molti gruppi indi, aiutata soprattutto dalle donne, arrivò vicino all’Orinoco dove, presso i Punabueteri, si unì con un altro uomo, Akawe, dal quale ebbe ancora due figli.
Passarono altri lunghi anni di tristi avventure, poiché al nuovo compagno mancavano quelle doti umane che essa aveva riconosciuto nel primo marito.
Un giorno Akawe chiese alla Valero: “-Vogliamo dunque fuggire dai bianchi?-. Io gli risposi: -Come mai tu mi chiedi questo?-. Egli aggiunse: -Voglio fuggire, troppi vogliono uccidermi-. Dopo che aveva ucciso quel capo Sciamatari, aveva paura della vendetta . […] Allora io risposi: -Se porterai insieme tutti i miei figli, io fuggirò. Non posso lasciare qui i miei figli, perché se fuggiamo, gli altri per vendetta li uccideranno-. -Fuggiremo tutti-, rispose. Voleva proprio fuggire e andare dai Bianchi, aveva paura”.
Fuggirono, e dopo tre giorni di viaggio arrivarono a Tama Tama dai missionari protestanti e di lì a San Fernando de Atabapo, dove Helena incontrò suo fratello Anisio che la accolse con freddezza, ma non fu cattivo: comprò quattro pezzi di stoffa per lei e diede dei vestiti ad Akawe.
Era un mondo diverso da quello che immaginava, più cattivo di quello che aveva lasciato. Akawe se ne tornò presto nel Cauaburì con i Kohorosciwetari esigendo che i suoi due figli andassero con lui; per questo Helena fuggì a Manaus, dove i genitori si erano nel frattempo stabiliti, con i due figli di Fusiwe, Maramawe che ora si chiama Josè, e Karyona che si chiama Manoel, e i due figli di Akawe, Carlinhos e Giovanni. In seguito Helena andò a vivere nella missione del Rio Ocamo diretta da Padre Cocco.
Nel gennaio 1989, la spedizione Selva incontra la Valero a Lechosa, un villaggio alla confluenza fra il Rio Ocamo e il Rio Mavaca. Non è stato un episodio fortuito, Paolo Selva ha fortemente cercato questo incontro.
Il ricordo di Luciana: “Paolo era eccitatissimo, noi del gruppo non avevamo compreso appieno la grandiosità di questa donna così minuta. Solo ora, a distanza di oltre venti anni, capisco cosa provava Paolo”.
E continua: “Helena era lì, seduta, i suoi occhi erano malati, si muoveva a fatica. Con lei il piccolo nipotino e suo padre (Josè, figlio maggiore avuto dal matrimonio con Fusiwe). Era vestito (Josè) di pochi stracci, e non era molto lucido, non penso fosse sotto l’effetto dell’epenà, forse era alcool. Degli altri figli non abbiamo avuto notizie”.
Padre Giuseppe Bortoli, della missione di Ocamo, contattato al riguardo via e-mail il 4 Dicembre 2006 scrive: “[…] Helena Valero è morta alla fine di gennaio del 2002. Ora rimane vivo, a Ocamo, suo figlio José (il piú vecchio), mentre il più giovane è Guardia Nazionale in qualche parte del Venezuela, ma ha rotto tutti i contatti con la famiglia”.
Si chiude forse così tristemente un capitolo di storia che rimarrà comunque per sempre scolpito nei nostri cuori…
Nella foto iniziale Helena Valero, in una foto del 1989 con il nipotino figlio di Josè, e Luciana Lorenzetti. (Foto P.Selva)