Il punto di vista dell’etica dell’ontologica viene invece sostenuto, nella me maniera più lucida, precisa e convincente, da Kant, che è severamente polemico sia con l’edonismo che l’eudemonismo della filosofia antica che con l’utilitarismo del pensiero empirico moderno. L’essenza della volontà, egli afferma, è la ragion pura pratica, e la ratia essendi di quest’ultima è la libertà, da lui profondamente intesa non già come possibilità di scelta tra una serie di alternative già dati, bensì come autodeterminazione incondizionata, assoluta, dell’essere noumenico, cioè intelligibile dell’uomo. Ogni possibile incentivo sensibile, e dunque meramente fenomenico dell’azione morale viene perciò escluso, anzi considerato addirittura, in quanto estraneo alla sua pura essenza, come patologico. Tale è il caso del piacere sensibile, che non potrebbe costituire il contenuto del principio etico per le due fondamentali ragioni già addotte da Platone ed Aristotele, e da lui ribadite, e cioè la sua soggettiva indeterminatezza e la sua dipendenza dall’esistenza di contingenti beni esteriori. La determinazione adeguata dell’essenza del principio etico andrà dunque ricercata piuttosto nella stessa sfera della ragion pratica che si oggettiva in un complesso di leggi o imperativi che pretendono l’obbedienza della inferiore facoltà di desiderare. Essi sono di due specie, a seconda che il comando da essi espresso abbia carattere ipotetico oppure categorico. Entrambi sono il prodotto dell’attività spontanea della ragione, in quanto entrambi stabiliscono una relazione sintetica a priori, cioè interna, tra una determinata azione ed un concetto di scopo. – Il caso degli imperativi ipotetici si identifica in genere con la soddisfazione di un bisogno naturale (ad es. la conservazione della vita fisica). – Nel caso dell’imperativo categorico il fine cui si indirizza l’azione coincide senz’altro con lo stesso scopo finale assoluto. I predicati fondamentali del principio etico si risolvono perciò in quelli stessi che secondo Kant specificano l’essenza della ragion pura pratica: cioè la sua incondizionata universitalità e categorica necessità: l’esigenza della non-contraddittorietà. Ed infine l’assoluta autonomia della sua autodeterminazione. Egli non può quindi evitare di concludere che la validità assoluta del dovere o legge morale non può essere discorsivamente dimostrata bensì semplicemente constatata come un fatto della ragione. Contrariamente a quanto credevano sia Platone che Aristotele, dunque, Kant ritiene che l’attuazione del dovere, cioè della virtù abbia quale immanente conseguenza necessaria la realizzazione della felicità nello spirito umano.
